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I neuroni specchio. Dallo sguardo tra madre e figlio nascono le emozioni

 

Si ritiene che i neonati sentano ogni vibrazione sin dalle prime settimane di vita nel pancione delle mamme. Si racconta che amino l’acqua e che al librarsi delle prime note musicali nell’ambiente rispondano danzando man mano che il corpicino si costituisca. Sulla gravidanza e sui nove mesi che la caratterizzano è stato scritto tanto, è infatti uno dei momenti della vita di ogni uomo che gode di una sterminata bibliografia. Alla letteratura, tuttavia, si aggiunge la scienza, entrambe accomunate da un dato specifico: dalla nascita e nel corso del primo anno di vita la relazione tra madre e bambino avviene prevalentemente attraverso il corpo e lo sguardo.

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Lo sguardo della madre e il ruolo dei neuroni specchio

Dalla nascita e nel corso del primo anno di vita la relazione tra madre e bambino avviene prevalentemente attraverso il corpo e lo sguardo. Lo sguardo che si stabilisce all’interno della relazione e la modalità con cui il bambino viene accarezzato, abbracciato e tenuto in braccio determinano un sistema di comunicazione affettiva molto importante per il futuro psichico del bambino stesso.

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Il Disturbo da Attacco di Panico (DAP) è una sindrome acuta e cronica ad alta incidenza epidemiologica all’interno della popolazione italiana, che determina invalidità ed elevati costi sociali.

Studi epidemiologici hanno evidenziato che il Disturbo da Attacchi di Panico colpisce 1 individuo ogni 75 nella popolazione mondiale. (Sarti et. Al. 2000)

Si calcola che in Italia 10 milioni di italiani hanno almeno una volta nella loro vita sperimentato l’esperienza di un attacco di panico. Nel 50% dei casi si trasforma in disturbo psichico, mentre oltre 2 milioni di persone hanno strutturato un vero e proprio disturbo di panico con un esordio tra l’adolescenza ed i 35 anni, i soggetti più comunemente colpiti si situano tra i 25 ed i 45 anni di età.

Il DAP colpisce con maggiore frequenza di 2-3 volte superiore il sesso femminile rispetto a quello maschile e colpisce inoltre con maggiore probabilità residenti nelle grandi città rispetto ai centri meno urbanizzati.

L’attacco di panico è connotato prevalentemente da una fase di intensa paura, da timore di perdita del controllo di se e da sensazione di “morte imminente”. I sintomi psichici sono accompagnati spesso da alterazioni del sistema neurovegetativo con tachicardia, forte debolezza, dolore toracico, sensazioni di soffocamento, sudorazione e tremori.

Durante la fase di massima intensità la persona colpita spesso avverte una pressante sensazione di “catastrofe imminente” e come reazione la fuga sembra essere la strategia più utilizzata.

La durata della crisi può variare da pochi secondi fino al massimo di un’ora e al suo termine l’individuo sperimenta una fase post critica connotata da confusione mentale, mancanza di equilibrio con vissuti di derealizzazione e depersonalizzazione (vissuti di estraneità nei confronti dell’ambiente circostante e nel rapporto con se stessi e con il proprio corpo).

L’attacco di panico può intervenire nei contesti più vari e nelle situazioni più inaspettate come ad esempio nel contesto delle normali attività della quotidianità, o, altre volte, in concomitanza con seri problemi di salute o eventi di separazione o perdita di una persona cara. Si possono verificare episodi di panico indotti anche dall’assunzione di droghe come marijuana, cocaina e anfetamina.

Il periodo precedente al primo attacco di panico è sempre connotato da un elevato livello di stress e da una conseguente attivazione somatica, il tutto spesso sottovalutato.

L’alterazione della regolazione dei meccanismi fisiologici dell’attività respiratoria, consequenziale all’elevato livello di stress che si va sperimentando, sono tra i fattori fisiologici che tendono ad innescare l’attacco di panico.

Al manifestarsi del primo attacco spesso ci si rivolge alla struttura sanitaria più vicina per il timore di essere stati colpiti da una malattia cardiaca e, nella maggior parte dei casi, in seguito agli accertamenti specialistici, si viene dimessi. Tuttavia succede spesso che anche in mancanza di eventi scatenanti si possano sperimentare nuovi attacchi di panico, ciò accade in quanto, il soggetto colpito, a causa della portata emotiva dell’evento, tende ad attivare una ipervigilanza nei confronti dei segni premonitori di un nuovo attacco. In questo modo si tende ad instaurare quell’atteggiamento ansioso che, protratto nel tempo, andrà a stimolare quei correlati fisiologici che andranno a rinforzare ulteriormente il livello di tensione.

Questo circolo vizioso è tipico del DAP: la paura di avere un nuovo attacco di panico genera ansia che a sua volta attiva una serie di parametri fisiologici legati allo stato di tensione, che a sua volta viene interpretato come sensazione di panico imminente, alimentando la paura e determinando così un nuovo attacco.

In questi casi è fondamentale affrontare il DAP rivolgendosi a personale qualificato. Spesso l’integrazione farmacologica e psicoterapeutica consentono di interrompere quel circolo vizioso che rinforza il ripetersi delle crisi. L’intervento psicoterapeutico può inoltre favorire l’apprendimento di nuove e più funzionali modalità fisiologiche per il controllo del panico e promuovere nuovi e più funzionali equilibri all’interno di se stessi e nel proprio ambiente sociale.

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