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Il Disturbo da Attacco di Panico (DAP) è una sindrome acuta e cronica ad alta incidenza epidemiologica all’interno della popolazione italiana, che determina invalidità ed elevati costi sociali.

Studi epidemiologici hanno evidenziato che il Disturbo da Attacchi di Panico colpisce 1 individuo ogni 75 nella popolazione mondiale. (Sarti et. Al. 2000)

Si calcola che in Italia 10 milioni di italiani hanno almeno una volta nella loro vita sperimentato l’esperienza di un attacco di panico. Nel 50% dei casi si trasforma in disturbo psichico, mentre oltre 2 milioni di persone hanno strutturato un vero e proprio disturbo di panico con un esordio tra l’adolescenza ed i 35 anni, i soggetti più comunemente colpiti si situano tra i 25 ed i 45 anni di età.

Il DAP colpisce con maggiore frequenza di 2-3 volte superiore il sesso femminile rispetto a quello maschile e colpisce inoltre con maggiore probabilità residenti nelle grandi città rispetto ai centri meno urbanizzati.

L’attacco di panico è connotato prevalentemente da una fase di intensa paura, da timore di perdita del controllo di se e da sensazione di “morte imminente”. I sintomi psichici sono accompagnati spesso da alterazioni del sistema neurovegetativo con tachicardia, forte debolezza, dolore toracico, sensazioni di soffocamento, sudorazione e tremori.

Durante la fase di massima intensità la persona colpita spesso avverte una pressante sensazione di “catastrofe imminente” e come reazione la fuga sembra essere la strategia più utilizzata.

La durata della crisi può variare da pochi secondi fino al massimo di un’ora e al suo termine l’individuo sperimenta una fase post critica connotata da confusione mentale, mancanza di equilibrio con vissuti di derealizzazione e depersonalizzazione (vissuti di estraneità nei confronti dell’ambiente circostante e nel rapporto con se stessi e con il proprio corpo).

L’attacco di panico può intervenire nei contesti più vari e nelle situazioni più inaspettate come ad esempio nel contesto delle normali attività della quotidianità, o, altre volte, in concomitanza con seri problemi di salute o eventi di separazione o perdita di una persona cara. Si possono verificare episodi di panico indotti anche dall’assunzione di droghe come marijuana, cocaina e anfetamina.

Il periodo precedente al primo attacco di panico è sempre connotato da un elevato livello di stress e da una conseguente attivazione somatica, il tutto spesso sottovalutato.

L’alterazione della regolazione dei meccanismi fisiologici dell’attività respiratoria, consequenziale all’elevato livello di stress che si va sperimentando, sono tra i fattori fisiologici che tendono ad innescare l’attacco di panico.

Al manifestarsi del primo attacco spesso ci si rivolge alla struttura sanitaria più vicina per il timore di essere stati colpiti da una malattia cardiaca e, nella maggior parte dei casi, in seguito agli accertamenti specialistici, si viene dimessi. Tuttavia succede spesso che anche in mancanza di eventi scatenanti si possano sperimentare nuovi attacchi di panico, ciò accade in quanto, il soggetto colpito, a causa della portata emotiva dell’evento, tende ad attivare una ipervigilanza nei confronti dei segni premonitori di un nuovo attacco. In questo modo si tende ad instaurare quell’atteggiamento ansioso che, protratto nel tempo, andrà a stimolare quei correlati fisiologici che andranno a rinforzare ulteriormente il livello di tensione.

Questo circolo vizioso è tipico del DAP: la paura di avere un nuovo attacco di panico genera ansia che a sua volta attiva una serie di parametri fisiologici legati allo stato di tensione, che a sua volta viene interpretato come sensazione di panico imminente, alimentando la paura e determinando così un nuovo attacco.

In questi casi è fondamentale affrontare il DAP rivolgendosi a personale qualificato. Spesso l’integrazione farmacologica e psicoterapeutica consentono di interrompere quel circolo vizioso che rinforza il ripetersi delle crisi. L’intervento psicoterapeutico può inoltre favorire l’apprendimento di nuove e più funzionali modalità fisiologiche per il controllo del panico e promuovere nuovi e più funzionali equilibri all’interno di se stessi e nel proprio ambiente sociale.

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Il nostro sistema nervoso risente fortemente di tutti quelli che possono essere gli eventi della vita con i relativi vissuti, a volte non sempre positivi, e che possono determinare malessere e sofferenza. La psicoterapia, in questi casi, ci può aiutare ad affrontare questi momenti anche di forte disagio esistenziale che a volte incontriamo durante il nostro cammino.

Ma cosa è la psicoterapia? E’ soltanto un momento di sfogo che si esaurisce in una chiacchierata con qualcuno che ti ascolta ed accoglie aspetti privati ed intimi di se?

Evidenze scientifiche hanno dimostrato come la psicoterapia sia da considerarsi come una metodologia capace di apportare modifiche significative sia sul versante psichico che sull’organizzazione delle nostre reti neuronali.

Un trattamento psicoterapeutico “efficace” si accompagna a specifiche modificazioni, sia del proprio mondo psichico che di alcune aree cerebrali, regolandone il loro funzionamento.

La regolazione delle funzioni di alcuni circuiti neuronali eccessivamente attivi e predominanti, aspetto che determina ripetuti comportamenti ed emozioni poco funzionali al sano equilibrio psichico dell’individuo (ad es. comportamenti ossessivi, fobie, emozioni negative ecc..), è l’effetto che ogni psicoterapia così detta “efficace” persegue.

In questi ultimi anni, le nuove modalità di indagine delle neuroscienze (risonanza magnetica, tomografia, ecc..) hanno permesso di studiare in maniera approfondita il cervello umano e le modificazioni che intervengono in esso sia durante lo sviluppo che nella fase adulta, indotte dall’ambiente, dalle esperienze relazionali e dai vissuti emozionali. Tale processo di modificazione del cervello sia durante lo sviluppo che nell’età adulta è definita plasticità neuronale.

La scoperta delle modificazioni neuronali che intervengono nel cervello di persone adulte, come la formazione di nuove cellule nervose, ha abbattuto la credenza tradizionale della medicina che fino a pochi anni fa riteneva l’impossibilità delle cellule nervose a riprodursi dopo la nascita, considerando il cervello una struttura statica destinata a decadere nel corso della vita.

La scoperta della plasticità cerebrale evidenzia quindi la capacità intrinseca nel sistema nervoso di modificarsi in base alle modificazioni ambientali, esperienziali ed emozionali, sottraendosi così al destino imposto dal proprio corredo genetico.

Ultime ricerche hanno dimostrato come i processi mentali in toto siano l’espressione di interazioni tra funzioni del cervello e determinati geni e che la psicoterapia induce modificazioni nel comportamento e nel cervello, modificando anche i geni stessi.

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Gli studi effettuati dalla psicologia infantile hanno evidenziato l’importanza della relazione madre-bambino fin dai primi giorni di vita in quanto la qualità e la ricchezza degli scambi relazionali determinano il futuro psichico del bambino stesso.

La teoria dell’attaccamento di Bowlby  e  tutto il filone dell’infant research, hanno consentito una comprensione più profonda dello sviluppo normale e patologico del bambino, identificando i “fattori di rischio” connessi al ruolo genitoriale, che incidono sulla sua crescita.

Il termine “attaccamento” utilizzato da Bowlby ,  viene usato per connotare le modalità comportamentali che il bambino tende ad instaurare con una figura adulta, solitamente la madre, dal momento della nascita fino ai due anni di età.

Quando la qualità della funzione genitoriale e la conseguente relazione madre-bambino risulta essere inadeguata o disfunzionale, possono verificarsi conseguenze negative sul processo di crescita del bambino. Mentre una adeguata capacità di risposta, da parte della figura materna, ai bisogni fisici ed affettivi del bambino, consentono un sano sviluppo delle sue potenzialità cognitive ed affettive.

Secondo Bowlby   l’attaccamento può essere di due tipi: “sicuro” o “insicuro”. Un attaccamento così detto “sicuro” si instaura nella relazione se il bambino sente di ricevere dalla figura materna protezione sicurezza e affetto. Nell’attaccamento “insicuro” la relazione viene connotata invece da forti angosce di abbandono da parte del bambino, paura, ed eccessiva dipendenza.

Le modalità del bambino di connotare emotivamente i diversi tipi di attaccamento sono quindi la risultante dell’interazione tra i bisogni di questo e la risposta della madre. La qualità delle cure materne ricevute dal bambino determinano lo stile di attaccamento e lo stile dei primi rapporti di attaccamento tenderà a determinare l’organizzazione della personalità e la percezione che il bambino avrà di se e degli altri.

Molte ricerche hanno documentato la stretta relazione tra atteggiamento materno e sviluppo del bambino. Madri attente ai bisogni affettivi dei propri figli, a cui garantiscono una base sicura, fondamentale per esplorare l’ambiente e per far fronte a separazioni e angosce, hanno figli socialmente ben adattati con una adeguata percezione di se e degli altri, capaci di affrontare serenamente le separazioni.

Di contro, figli di madri che presentano difficoltà ad utilizzare  il contatto fisico e incapaci di far fronte ai bisogni e alle angosce del bambino, tendono a sviluppare una scarsa capacità empatica e relazionale connotata da poca fiducia in se e negli altri che può evolvere, in alcuni casi, con una tendenza all’isolamento e alla coartazione affettiva.

 

Bibliografia

J.Bowlby (1972), Attaccamento e perdita, vol. I L’attaccamento alla madre, trad. it.  Boringhieri, Torino

J.Bowlby (1975), Attaccamento e perdita, vol. II, La separazione dalla madre, trad. it. Boringhieri, Torino

J.Bowlby (1983), Attaccamento e perdita, vol. III, La perdita della madre, trad.it. Boringhieri, Torino

 

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Le tecniche di rilassamento rientrano nella metodica delle psicoterapie e sono costituite da una serie di esercizi che aiutano il nostro corpo a distendersi con il progressivo abbassamento delle tensioni muscolari e mentali.

Quando ci troviamo a sperimentare situazioni fortemente stressanti e ansiogene, come attacchi di ansia o angoscia, involontariamente attiviamo tutti i muscoli del nostro corpo per prepararci all’azione. L’iperattivazione muscolare è spesso l’espressione di uno stato di allarme dettato dalla paura per cui il corpo si prepara instaurando uno stato fisiologico di difesa. Si assiste, in questo modo, ad un aumento della frequenza respiratoria e cardiaca, e a un maggiore afflusso di sangue verso i gruppi muscolari più importanti per facilitare la fuga o l’attacco, aspetto oggi poco funzionale perché per l’uomo moderno la minaccia non viene più dall’esterno ma dal proprio mondo interno.

L’obiettivo delle tecniche di rilassamento è quello di metterci in contatto con il nostro corpo e il nostro mondo interno e  in questo modo imparare a riconoscere i segnali dell’ansia al fine di prevenire  controllare e modificare lo stato di attivazione fisiologica. Con l’ausilio di queste tecniche possiamo quindi, riducendo la tensione muscolare, abbassare la frequenza cardiaca e respiratoria e influire anche sulla pressione sanguigna riducendola.

Apprendere il rilassamento richiede una seduta settimanale e l’esecuzione quotidiana degli esercizi che progressivamente si vanno ad apprendere.

L’apprendimento al rilassamento consente progressivamente di entrare in relazione con i propri muscoli intervenendo con la volontà ad abbassare tutte le contrazioni che involontariamente si sono create ed eventualmente strutturate.

Mediante esercizi di respirazione inoltre si impara a prendere coscienza di come si respira instaurando una modalità più adeguata nel compiere i nostri atti respiratori.  Anche la respirazione risente fortemente delle sollecitazioni dell’ambiente o dello stato d’animo alterandosi e strutturando una modalità respiratoria connotata da tensioni.

Lavorare affinchè si instauri una regolarità e fluidità dell’attività respiratoria è un altro passo importantissimo verso il rilassamento sia fisico che mentale. Una buona respirazione favorisce l’abbassamento dei livelli di stress e di tensione. Fare dei respiri regolari e profondi aiuta a rilassarsi, a ridurre le tensioni e a ritrovare la quiete e la calma.

Studiando gli effetti della respirazione addominale si sono riscontrati notevoli benefici tra cui la riduzione della frequenza del battito cardiaco, l’abbassamento della pressione arteriosa, il ripristino e il riequilibrio della concentrazione di ossigeno e anidride carbonica nel sangue.

Progressivamente con il rilassamento del corpo tendono ad emergere sensazioni, emozioni e vissuti che consentono di prendere contatto con aspetti profondi di se, partire dal corpo per arrivare alla mente aiuta in molti casi ad affrontare problematiche non risolvibili soltanto con la psicoterapia verbale. Integrare una tecnica di rilassamento con un lavoro più profondo che tenga conto degli aspetti emotivi dell’individuo correlati alla propria storia psichica, favorisce in molti casi la risoluzione della causa scatenante del proprio disagio psicologico.

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Analisi della Variabilità Cardiaca nella valutazione dello stress: La HRV-test

L’essere umano è quotidianamente sottoposto a molteplici sollecitazioni ambientali e psichiche che necessitano  un continuo sforzo di adattamento. Il Sistema Nervoso Autonomo  (SNA) è deputato a regolare i processi fisiologici mediante le funzioni del simpatico e del parasimpatico che hanno rispettivamente funzione eccitatoria ed inibitoria sul sistema cardiovascolare che è sotto stretto controllo del Sistema Nervoso Autonomo.

La HRV valuta lo stato di salute psicofisica di un individuo attraverso la misurazione della variabilità cardiaca che è la naturale variazione nel tempo che intercorre tra un battito ed il successivo. Un buon adattamento agli stimoli esterni (ambientali) ed interni (psichici) determina un’alta variabilità del ritmo cardiaco, segnale che caratterizza un individuo dotato di efficaci meccanismi di regolazione del Sistama Nervoso Autonomo.

Una bassa variabilità del ritmo cardiaco è al contrario caratteristica di insufficiente adattamento agli stimoli ambientali, ciò che viene comunemente definita come reazione di stress.

Tra le finalità del HRV vi è quella di valutare la prevalenza del sistema simpatico o parasimpatico o del loro equilibrio.

La misurazione della variabilità del ritmo cardiaco è semplice da eseguire e non è invasiva, in ambito diverso dalla cardiologia viene misurata attraverso un sensore applicato ad un dito. Tale sensore capta la luce infrarossa assorbita ed emessa dal sangue attraverso i capillari delle dita, rilevando in tal modo fedelmente il battito cardiaco attraverso le variazioni del tono pressorio nei capillari stessi.

Lo stato psichico influenza notevolmente la frequenza cardiaca e rappresenta uno dei fattori principali nel determinare la salute o la malattia. Emozioni negative come forte ansia,  marcata rabbiosità ecc. determinano una variazione della frequenza cardiaca, indice di non equilibrio del sistema nervoso autonomo, di contro emozioni positive  evidenziano una coerenza del ritmo cardiaco indicativo dell’adeguato bilanciamento simpatico-parasimpatico.

La valutazione effettuata mediante tale strumento consente quindi di identificare eventuali  squilibri presenti nel nostro sistema autonomo, aspetti che se non adeguatamente trattati possono portare all’insorgenza della patologia.

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